Essere un freelance ha i suoi vantaggi. Sei tu a scegliere progetti e orari di lavoro e hai la possibilità di lavorare con persone che ti piacciono (a volte). In più, di solito lavori da casa: una delle grandi conquiste tecnologiche del mondo moderno. Sono un telependolare, che è come essere un normale pendolare, ma senza l’inquinamento, lo stress, le ore e i soldi sprecati, gli odori, i sedili scomodi e la folla indistinta. La tecnologia mi ha salvato da tutto questo, e io le sono grato.
Però… c’è sempre un però. Devo comunque lavorare con altre persone, anche se sono sparse per tutto il mondo, ognuna nella sua tana remota. Ma sono sempre persone. E come tali hanno tic e manie che, per giunta, vengono anche amplificati (letteralmente) dato che spesso, per lavoro, siamo in contatto tramite cuffie audio. Narcissus canticchia tra sé e sé, Ignatius invece emette una specie di forte ticchettio che potrebbe essere il picchiettio di una penna sui denti (ugh) o la frantumazione delle ossa dell’ultimo addetto al censimento che ha bussato alla sua porta. Anche la mia illustre superiore ha abitudini che possono dare fastidio a migliaia di chilometri di distanza: è una settimana che sente sempre lo stesso album (non a caso, il titolo è “Not Accepted Anywhere”).
Così il mio ufficio, il mio rifugio, il mio spazio personale risulta perennemente infestato da queste voci immateriali, a tutte le ore del giorno e della notte. I miei continui rimbrotti a bassa voce dovrebbero, prima o poi, far capire agli altri il mio fastidio. Se così non fosse, forse dovrei continuare a parlarne pubblicamente nel blog finché qualcuno non se ne accorge. Mi sembra l’approccio di gran lunga più maturo…